Nello scenario della produzione italiana la Cagiva Elefant è un vero e proprio gioiello unico, una moto che è cresciuta tanto dalla sua nascita: da enduro dual a regina Dakar potente e robusta.

Cagiva Elefant: la storia e i modelli

Un salto di qualità che ha dato alla moto una dimensione internazionale di tutto rispetto fino a farla diventare un grande orgoglio per il nostro Paese. Dal giorno del debutto ad oggi, la Cagiva ne ha fatta di strada e la lunga storia di tradizione e successi lo dimostrano.

Cagiva Elefant: cenerentola in varie versioni

Una storia lunga iniziata nel lontano 1984, anno in cui nel panorama delle moto le più ricercate del settore erano le enduro di piccola e media cilindrata. In uno scenario dominato dalle offerte europee e giapponesi, la prima Cagiva Elefant 125 era soltanto una moderna derivata della Aletta Rossa, anche se con diversi accorgimenti: sovrastrutture differenti, piccole modifiche al telaio e un serbatoio più capiente. Qualche anno dopo è stata la volta della Elefant 2 e della Elefantre, mentre per le altre moto di cilindrata diversa si distinguono la Elefant 200, la Elefant 250 e la Elefant 350. Queste prime versioni non hanno avuto un grande successo, le critiche rivolte parlavano di moto pesanti e non tanto prestanti. Dal punto di vista estetico le moto non erano brutte, ma in generale non tenevano il passo delle concorrenti. La musica comincia decisamente a cambiare con le moto di cilindrata più grande.

Un fuoristrada con un motore Ducati

Il 1985 fu l’anno dell’Elefant 650, esteticamente somigliante alle sorelle più piccole ma con un telaio robusto e un motore Ducati bicilindrico, usato per la prima volta su una moto del genere. L’Elefant 650 fu quindi una moto innovativa caratterizzata da un cilindro ruotato di 180°, mono Ohlins e freni Brembo, un modello indicato per lo sterrato ma anche unicamente per l’asfalto. Una moto che segnò per Cagiva un cambiamento radicale, con la prestigiosa iscrizione del 1985 alla Parigi-Dakar con alla guida Hubert Auriol, pilota vincitore dell’edizione del 1983. Purtroppo il risultato fu tutt’altro che incoraggiante: ritiro a seguito di una rottura, ma si stava già lavorando a progetti di grande qualità. Due anni più tardi, nel 1987, fu il momento di una nuova versione: la Elefant 750, una moto rinnovata nell’estetica e con un motore di 100cc in più. Con questo modello la moto cominciava a prendere le forme di una vera dakariana, paragrafo basso, colori Lucky Strike (sponsor ufficiale) e cupolino rispettoso dei fianchetti. L’edizione del 1987 fu affrontata con una versione derivata da 850cc, ma per alcuni anni le cose non andarono bene per colpa di squalifiche e ritiri. Agli inizi dell’ultimo decennio le cose cambiarono nettamente in meglio per merito della "leggenda".

Elefant 900: la più bella del Ballo

Una moto nata con un unico chiaro fine: quello di vincere. Le partecipazioni alle edizioni precedenti della prestigiosa Parigi-Dakar erano servite ad accumulare l’esperienza giusta per competere a grandi livelli con gli avversari. Per provare a competere al meglio, la Elefant 900 venne strutturata con un telaio nuovo di zecca e con un motore derivato dalla Ducati 900SS, con iniezione elettronica Weber-Marelli e cambio a 5 marce. La 900 era la moto pressoché perfetta, una versione chiaramente votata alle corse. Un motore potente su strada e nei tratti sterrati, capace di garantire all’Elefant punte di velocità molto alte per il periodo. Tutto quindi era stato progettato e fatto per arrivare alla partenza della Parigi-Dakar con grandi ambizioni. Il compito di guidare la spedizione fu affidato a Edi Orioli, scelta azzeccata visto il trionfo del 1990. Una vittoria straordinaria che non poteva che tradursi in un vero e proprio boom di vendite. Sull’onda del successo l’Elefant fu proposta pure in versione GT, pronta per gli appassionati in cerca di un tour turistico in moto. Destino diverso per le edizioni 1991 e 1992 della Parigi Dakar: Edi Orioli non seppe ripetersi. Dopo una parentesi con le auto, il pilota tornò a gareggiare con la Cagiva e nel 1994 fu nuovamente un grande successo con l’Elefant 900 Marathon. Quest’ultima moto venne commercializzata sul mercato di settore come race-replica, affiancata alla Elefant 900, che intanto perdeva colpi anche per una politica che mirava al contenimento dei costi. Nel 1996, l’Elefante delle Sabbie venne rimpiazzata dalla Canyon, una versione totalmente diversa e senza spirito competitivo. Infatti, nel 1997, le gare furono completamente abbandonate.

Nel fuoristrada l’Italia domina

Per il nostro Paese il progetto Elefant ha rappresentato un orgoglio nelle gare fuoristrada, al pari della Lancia Delta. Una storia parallela che ha caratterizzato gli inizi degli anni ‘90, figlia di progetti semplici e non particolarmente graditi sul mercato. Il salto di qualità nelle gare si è avuto per merito della tenacia e delle competenze delle rispettive squadre, con ingegneri, tecnici e piloti capaci di raggiungere enormi successi. Le due regine sono state il risultato di un potenziale tutto italiano, in grado sempre di rischiare e arrivare a decisioni importanti con naturalezza e un duro lavoro in officina. Presupposti oggi lontani perché di questi tempi la scena è stata presa dalla pianificazione e dalle nuove tecnologie, un vero schiaffo per i nostalgici.

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